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la storia - Metodo Rinato

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LA STORIA
Tutto nasce da una storia vera.

1 Il giorno in cui tutto cambia

Mi chiamo Paolo Fabrizi.
Non sono un medico. Non sono uno scienziato.
Sono una persona come tante, ma c'è un momento della mia vita che ha cambiato per sempre il mio modo di guardare alla salute, alla malattia e, forse, alla vita stessa.
Era marzo del 2011.
A mio padre venne diagnosticato un tumore al fegato di circa 9,5 centimetri, in un quadro clinico già molto complesso.
Ricordo quel momento come se il tempo si fosse fermato.
Quando qualcuno che ami si ammala gravemente, improvvisamente tutto ciò che fino al giorno prima sembrava importante perde peso.
Rimangono poche domande. E una, più di tutte:
“Che cosa possiamo fare?”
La medicina in quel momento non poteva fare nulla  perchè le condizioni di mio padre rendevano la situazione ancora più difficile.. e ciò che sentivamo intorno a noi sembrava lasciare pochissimo spazio alla speranza.
Ma proprio lì, quando sembrava che non ci fosse più molto da scegliere, nacque una domanda diversa:
E se ci fosse ancora qualcosa che potevamo fare noi?
Non sapevamo dove ci avrebbe portato quella domanda.
Sapevamo soltanto che non volevamo rimanere immobili.
E così cominciammo a cercare.





























                                                                                                          
                                                                    La ricerca

Abbiamo iniziato a studiare. A leggere. A cercare.
Quando ti dicono che le possibilità sono poche, puoi sentirti completamente impotente.
Noi scegliemmo di fare l'unica cosa che, in quel momento, sentivamo ancora possibile: cercare di capire.
Cominciai a leggere tutto ciò che riuscivo a trovare. Libri, articoli, testimonianze, studi scientifici. Cercavo informazioni sull'alimentazione, sullo stile di vita, sull'organismo e su tutto ciò che potesse aiutarci a guardare quella situazione da una prospettiva più ampia.
Non cercavamo una formula miracolosa.
E non volevamo sostituirci alla medicina.
Volevamo capire se, ci fosse qualcosa che potevamo fare anche noi.
Fu durante quella ricerca che incontrai il lavoro del professor Franco Berrino sul rapporto tra alimentazione, stile di vita e prevenzione delle malattie croniche e oncologiche.
Incontrai anche la storia di Padre Romano Zago e del preparato tradizionale a base di Aloe arborescens. Decidemmo di approfondire anche quella strada, consapevoli che si trattava di qualcosa di molto diverso dalle terapie oncologiche validate.
Ma più leggevo, più cominciavo a rendermi conto di una cosa.
Forse la domanda non era soltanto:
“Che cosa possiamo prendere?”
Forse ce n'era una più grande:
“Che cosa possiamo cambiare?”
L'alimentazione.
Le abitudini.
Il movimento.
Il modo di affrontare le giornate.
Il rapporto con la paura, con lo stress, con ciò che stavamo vivendo.
Poco alla volta, la nostra ricerca smise di concentrarsi su una singola soluzione.
Cominciammo a guardare la persona nel suo insieme.
E fu proprio lì che iniziò il vero cambiamento di prospettiva.


    IL CAMBIO DI PROSPETTIVA

“Cosa possiamo fare noi?”

A un certo punto accadde qualcosa.
Non avevamo trovato una risposta definitiva. Non avevamo scoperto una cura segreta. Ma avevamo iniziato a porci domande diverse.
Fino a quel momento la domanda era stata:
“Chi può fare qualcosa per noi?”
Poi, quasi senza accorgercene, diventò:
“Cosa possiamo fare noi?”
Non significava sostituirci ai medici.
Non significava pensare di poter controllare la malattia.
Significava riconoscere che, anche dentro una situazione che non avevamo scelto, esisteva ancora uno spazio nel quale potevamo agire.
Così cominciammo dalle cose più concrete.
Cambiammo l'alimentazione.
Rivedemmo alcune abitudini.
Introducemmo il preparato a base di Aloe arborescens.
Mio padre iniziò a camminare di più.
Parlavamo di più.
Cercavamo di affrontare le giornate con maggiore consapevolezza.
Piccole e grandi scelte che avevano una cosa in comune:
ci restituivano un ruolo attivo.
La malattia continuava a essere lì, con tutta la sua gravità. Ma noi avevamo smesso di sentirci soltanto spettatori di ciò che stava accadendo.
E questo cambiò profondamente il modo in cui vivevamo quell'esperienza.
Cominciai a comprendere qualcosa che negli anni successivi sarebbe diventato centrale nel nostro percorso:
non possiamo controllare tutto ciò che ci accade,
ma possiamo prenderci cura delle condizioni nelle quali affrontiamo ciò che ci accade.
Allora non lo chiamavo ancora Metodo Rinato.
Non sapevo nemmeno che, molti anni dopo, quelle esperienze e quelle domande avrebbero preso questa forma.
Stavamo semplicemente cercando di fare, giorno dopo giorno, tutto ciò che era ragionevolmente nelle nostre possibilità.
Poi accadde qualcosa che nessuno di noi si aspettava.
QUELLO CHE ACCADDE
Qualcosa che non ci aspettavamo

Passarono i mesi, continuavamo a seguire la situazione clinica di mio padre attraverso visite, esami e controlli. Nel frattempo portavamo avanti i cambiamenti che avevamo introdotto nella nostra quotidianità.
Poi arrivò la TAC.          La massa tumorale si era ridotta.
Ricordo ancora lo stupore di quel momento. Dopo una diagnosi così difficile e prospettive iniziali tanto limitate, vedere un cambiamento nel quadro clinico era qualcosa che non ci aspettavamo.
I controlli successivi mostrarono che quella riduzione non era soltanto un'impressione o una nostra speranza: stava accadendo qualcosa di clinicamente osservabile.
Ma c'era anche un altro cambiamento, più difficile da misurare.
Vedevo mio padre diverso.
Più presente.
Più partecipe.
Più determinato.
Non so dire quanto ogni singola scelta abbia contribuito a ciò che accadde dal punto di vista clinico. E credo sia importante dirlo con chiarezza.
Una storia individuale non può dimostrare che un alimento, una pianta o un cambiamento dello stile di vita siano stati la causa della regressione di un tumore.
Quello che posso raccontare è ciò che abbiamo vissuto.
Abbiamo cambiato molte cose.
E, nello stesso periodo, il quadro clinico di mio padre ebbe un'evoluzione che sorprese anche chi lo seguiva.
Non avevamo una spiegazione.
Avevamo però davanti a noi qualcosa che poteva essere documentato.
E qualche anno più tardi, ciò che era accaduto a mio padre sarebbe uscito dalla dimensione privata della nostra famiglia per entrare, con tutte le domande ancora aperte, nella letteratura scientifica.




 UN CASO CHE ENTRA NELLA LETTERATURA SCIENTIFICA
Quando una storia personale diventa un caso da documentare

Quello che era accaduto a mio padre non rimase soltanto nella memoria della nostra famiglia.
La sua evoluzione clinica attirò l'attenzione dei medici che lo avevano seguito e, alcuni anni dopo, il caso venne descritto nella letteratura scientifica.
Nel 2014, sulla rivista internazionale Digestive and Liver Disease, venne pubblicato un articolo dal titolo:
A case of hepatocellular carcinoma: spontaneous regression?
Gli autori erano Francesca Chiesara, Annalisa Spagnolo, Maurizio Koch e Alessandra Moretti, dell'Unità di Gastroenterologia ed Epatologia dell'Ospedale San Filippo Neri di Roma. La pubblicazione è indicizzata su PubMed come case report/letter. PubMed
Per me vedere quella storia entrare in una pubblicazione scientifica ebbe un significato particolare.
Non perché quell'articolo dimostrasse quale fosse stata la causa di ciò che era accaduto.
Ma perché documentava che qualcosa di insolito era realmente avvenuto.

Che cosa significa “regressione spontanea”?

In medicina, l'espressione regressione spontanea viene tradizionalmente utilizzata per descrivere la scomparsa parziale o completa di un tumore in assenza di trattamento, oppure in presenza di trattamenti considerati insufficienti a spiegare la regressione osservata.  
La parola “spontanea”, però, può trarre in inganno.
Non significa necessariamente “senza una causa”. Significa che, sulla base delle informazioni disponibili, non è possibile stabilire con certezza che cosa abbia determinato quella regressione.   
Ed è proprio qui che, per me, quella pubblicazione acquistò il suo significato più profondo.
Non rappresentava la prova che l'aloe, l'alimentazione o una particolare scelta avessero fatto regredire il tumore di mio padre.
Lasciava aperta una domanda.
Che cosa era accaduto?
Non ho mai pensato che una singola storia potesse fornire una risposta valida per tutti. Un caso individuale non può dimostrare l'efficacia di un trattamento e non può diventare una prescrizione.
Ma quella domanda mi è rimasta dentro.
E forse è stata proprio la consapevolezza di non avere tutte le risposte a spingermi, negli anni successivi, a continuare a studiare.
QUANDO LE TELECAMERE ENTRANO NELLA STORIA

LE IENE

A volte una storia privata, quasi senza che tu lo abbia deciso, esce dalla porta di casa e comincia a viaggiare.
Nel 2014 mi trovavo a una conferenza dedicata all'alimentazione. Lì incontrai la redazione delle Iene, che stava raccogliendo testimonianze per un servizio sul rapporto tra alimentazione e tumori.
Raccontai quello che era accaduto a mio padre.
Mi fecero alcune domande. Ascoltarono la nostra storia.
Ma prima di decidere di raccontarla davanti alle telecamere, vollero verificare quello che avevo detto.
Mi chiesero la documentazione medica.
Referti, esami, diagnosi, controlli: volevano avere elementi concreti che confermassero la storia che avevo raccontato.
Ricordo una redazione molto scrupolosa, quasi “pignola”. Ed era comprensibile: anche per loro quello che stavo raccontando era difficile da credere.
Solo dopo queste verifiche mi proposero di raccontare la nostra esperienza davanti alle telecamere.
Accettai.  Ma il motivo per cui lo feci era molto più personale di quanto potesse apparire in televisione.
In quel periodo, infatti, stavo osservando qualcosa in mio padre che mi preoccupava profondamente.
Stava perdendo quello Spirito che fino ad allora lo aveva sostenuto.
Uso volutamente questa parola.
Per Spirito non intendo qualcosa di necessariamente religioso. Intendo quella forza interiore che ci fa sentire ancora dentro la vita: la determinazione, il significato, la capacità di continuare a guardare avanti anche quando ciò che abbiamo davanti fa paura.
Per molto tempo quello Spirito aveva accompagnato mio padre.
Poi cominciai a vederlo affievolirsi.
Non era soltanto stanchezza fisica. Avevo la sensazione che qualcosa dentro di lui stesse cedendo.
Ed è anche per questo che accettai quell'intervista.
Non per dimostrare che avevamo trovato una cura.
Non per contrappormi alla medicina.
Non per convincere qualcuno a seguire la nostra strada.
Volevo soprattutto che mio padre la vedesse.
Volevo che, guardando quella storia raccontata da fuori, potesse riconoscere anche se stesso.
La strada che aveva percorso.
La forza che aveva trovato.
Le difficoltà che aveva attraversato.
Volevo provare a riaccendere quella scintilla.
A ricordargli che eravamo ancora lì.
Che il suo Spirito non doveva arrendersi.
Davanti alle telecamere ero impacciato. Cercavo di condensare in pochi minuti anni di paura, domande, studio, tentativi e speranza.
E quando si racconta una storia così complessa, pochi minuti non bastano.
Il servizio andò in onda il 16 aprile 2014, all'interno di un servizio dedicato ad alimentazione e tumori.
Dopo la messa in onda arrivarono opinioni, discussioni e critiche.
Era inevitabile. Quando si parla di tumore, alimentazione e percorsi personali si entra in un territorio delicato. E un'esperienza individuale, per quanto straordinaria possa apparire, rimane un'esperienza individuale: non è una prova che ciò che è accaduto a una persona possa accadere nello stesso modo a un'altra.
Ma per me quell'intervista aveva avuto soprattutto un altro significato.
Era stato un gesto rivolto a mio padre.
Un modo per dirgli:
“Continuiamo.”
Solo molto tempo dopo compresi che quelle telecamere avevano prodotto anche un altro effetto.
Mi avevano costretto, per la prima volta, a mettere ordine in ciò che stavamo vivendo. A trasformare domande, esperienze e ricerca in un racconto che potesse essere condiviso con gli altri.
La nostra storia stava lentamente smettendo di appartenere soltanto alla nostra famiglia.
Prima sarebbe diventata un libro.
E molti anni dopo avrei compreso che quella parola — Spirito — che allora utilizzavo quasi istintivamente per descrivere ciò che vedevo spegnersi e riaccendersi in mio padre, sarebbe diventata uno dei tre elementi fondamentali di qualcosa che ancora non sapevo di stare costruendo:
Mente. Corpo. Spirito.
Il Metodo Rinato.




 



DA UNA STORIA NESCE UN METODO

Quella ricerca non si è mai fermata

La storia di mio padre avrebbe potuto concludersi lì.
Con una diagnosi difficile.
Con qualcosa di inatteso.
Con una pubblicazione scientifica.
Con un'intervista televisiva.
Ma per me non finì lì.
Continuai a farmi domande.
Perché ci ammaliamo?
Quanto conta il modo in cui viviamo?
Quanto può incidere ciò che mangiamo?
Che ruolo hanno il movimento, il sonno, lo stress, le emozioni?
E soprattutto: perché continuiamo così spesso a considerare separatamente ciò che, dentro di noi, separato non è?
Più studiavo, più incontravo discipline diverse che sembravano osservare parti differenti della stessa persona.
La biologia e la medicina studiavano il corpo.
La psicologia esplorava la mente e le emozioni.
Le neuroscienze mostravano quanto profondamente mente e corpo comunicassero.
Le antiche tradizioni parlavano da millenni di respiro, presenza, significato e dimensione spirituale.
Cominciai allora a vedere un filo che univa molte delle domande nate durante la malattia di mio padre.
Mente. Corpo. Spirito.
Non tre mondi separati.
Tre dimensioni della stessa persona, continuamente in relazione tra loro.
Ma mancava ancora qualcosa.
Non volevo che tutto questo rimanesse soltanto una visione teorica. Volevo capire come trasformarlo in qualcosa di concreto, semplice e applicabile alla vita quotidiana.
Da qui nacque progressivamente una seconda idea:
la consapevolezza deve diventare azione.
Prendersi cura dell'alimentazione.
Muoversi.
Rispettare il riposo.
Ridurre, per quanto possibile, ciò che ci danneggia.
Conoscere meglio il proprio organismo.
Prendersi cura delle emozioni e delle relazioni.
Ritrovare il contatto con la natura.
Coltivare presenza, significato e connessione.
Non per inseguire la promessa di controllare ogni malattia.
Ma per una ragione molto più concreta:
cercare di mettere la persona e l'organismo nelle migliori condizioni possibili per affrontare la malattia e prendersi cura della propria salute.
Quella ricerca aveva finalmente trovato una forma.

IL METODO RINATO

Non è una terapia.
Non è una dieta.
Non è una formula miracolosa.
E soprattutto non sostituisce diagnosi, cure o indicazioni mediche.
È un percorso che invita a guardare la persona nella sua interezza e a domandarsi, ogni giorno:
“Che cosa posso fare, concretamente, per creare condizioni migliori?”
È la stessa domanda che, senza saperlo, avevamo iniziato a farci nel marzo del 2011.

Da Rinato al Metodo Rinato
Prima del Metodo, però, arrivò un libro.
Nel 2019 decisi di mettere nero su bianco la storia di mio padre e gli anni che avevamo vissuto insieme.
Lo chiamai:
Rinato per la Terza Volta — Storia di guarigione
Quel libro raccontava soprattutto una storia.
Il Metodo Rinato nasce invece da ciò che quella storia mi ha lasciato: anni di domande, studio, esperienza, errori, intuizioni e ricerca.
Oggi non voglio dire a qualcuno quale strada debba percorrere.
Voglio condividere una possibilità diversa di guardare alla salute: non aspettare soltanto che qualcosa accada, ma comprendere dove possiamo intervenire responsabilmente nella nostra vita.
Perché non possiamo controllare tutto.
Non possiamo promettere risultati.
Ma possiamo scegliere come prenderci cura del terreno nel quale viviamo ogni giorno.
E forse è proprio questo il significato più profondo della parola Rinato.
Non tornare semplicemente a essere quelli di prima.
Ma imparare a vivere diversamente dopo ciò che ci ha cambiato.
      























































                                                     
alimentazione e tumori
servizio delle Iene, andato in onda il
16 aprile 2014





libro
Rinato per la Terza Volta


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